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Breve storia della Smaltatura

CENNI SULLA SMALTATURA

La smaltatura dei metalli è un procedimento ben preciso che si effettua solo ad alta temperatura (da un minimo di 500 fino a oltre 900°C). Il processo consiste nel fondere lo smalto su una superficie metallica in modo che i due materiali restino fortemente legati fra loro anche a raffreddamento avvenuto. Molti metalli, dall'oro al ferro, vengono così rivestiti da uno strato di smalto con una superficie dura e resistente e dai colori intensi e brillanti. I trasparenti mostrano il fondo mentre gli opachi coprono lo strato sottostante.

Si realizza così un effetto unico e permanente, ampiamente usato nell'industria ma conosciuto e praticato da pochi artisti che se ne appassionano e, superando numerose difficoltà tecniche, creano opere raffinate, pregiate e inalterabili nei secoli.

Un oggetto smaltato ha il fascino di un gioiello e suscita attrazione perché è percepito come il cristallo o come le pietre dure. I suoi colori luminosi hanno una gamma cromatica vastissima. Lo smalto ha origini antiche ma nobili pur essendo figlio del fuoco e della terra. È nato per arricchire l’aspetto monocromatico dell’oro e come questo ha una durata di vita lunghissima.

I. Le origini della smaltatura

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Cipro e Micene, le due culle della smaltatura (1500 a.C.)

L'origine della parola “smalto”, attraverso il francese antico “esmalt”, è ancora oggetto di accesi dibattiti. Le due teorie più comuni e diffuse fanno risalire questa parola al greco “smagdos”, termine usato nel tardo Impero Romano (III-V secolo d.C.) per indicare gli oggetti smaltati e in seguito riutilizzato col medesimo significato nei secoli XIV e XV; oppure più probabilmente dal verbo gotico “smaltjan” che significa “fondere” (vedi tedesco schmelzen, col medesimo significato). Fino a qualche tempo fa, anche le origini della smaltatura sembravano essere altrettanto oscure, ma i più recenti ritrovamenti archeologici hanno fatto luce sulla fase più antica dello smalto.

Storicamente, la smaltatura è stata applicata per la prima volta su metalli nobili quali oro, argento, elektrum, (lega di oro-argento al 20%) e solo in seguito anche su bronzo e rame. Oggi anche il ferro (acciaio dolce), la ghisa e l'alluminio sono smaltati nell'industria su larga scala per scopi decorativi o di protezione superficiale. 

Si ritiene che la culla di questa tecnica artistica sia da identificarsi col Mediterraneo, tra Micene e Cipro, nel periodo 1600 1300 a.C. È a Cipro che alcuni artigiani micenei, vetrai e orafi, sfuggiti all’invasione degli Achei, hanno realizzato i più antichi oggetti smaltati finora ritrovati.

A sinistra: pugnali di bronzo decorati con metallo nobile. A destra: pugnale in parte smaltato cloisonné, Micene.             Circa 1500 a.C. Museo di Atene.

Oggetti e monili in vetro e ceramica erano già in uso dalla metà del III millennio a.C., ed erano colorati e decorati, spesso accostati a oggetti in metallo nobile, incastonati o incollati vicino alle pietre preziose.

A sinistra: Pasta vitrea, Egitto, V millennio a.C.
A destra: Anello di Tello, III millennio a.C., con pietre incastonate. 

Poi, intorno al 1500 a.C. nell’area micenea, l’orafo e il vetraio scoprono un vetro simile alle pietre dure che fondendo sull’oro vi aderisce in modo stabile. Un pugnale risalente a quell’epoca si trova nel museo di Atene. Alcuni studiosi attribuirono erroneamente all’Egitto dei faraoni o ancor prima alla Mesopotamia l’uso iniziale della smaltatura. Si è anche accertato che uno studioso (fonte: Gardner) ha confuso la ceramica smaltata e il vetro colorato con il “vero smalto”, quello che per essere tale deve aderire stabilmente alla superficie del metallo, tramite la vetrificazione ad alta temperatura (fonte: Dietzel).

A proposito dell'uso della smaltatura in Egitto, così ha scritto il famoso egittologo T.G.H. James riguardo alla collana della dea Nekhbet dal pettorale di Tutankhamon (1332-1323 BC): “In molti gioielli dalla tomba di Tutankhamon è stata osservata una tecnica cloisonné con inserti vitrei. La vera smaltatura cloisonné consiste nel riempire gli alveoli con polvere vitrea, la quale è fusa nel punto di applicazione, ottenendo degli inserti che riempiono completamente e si saldano agli alveoli in oro. Non è ancora stato confermato in modo rigorosamente scientifico se tale tecnica sia stata effettivamente usata in questo caso.” Non è quindi sicuro se si possa parlare di vero smalto per i ritrovamenti in Egitto, almeno prima dell'era ellenistica. Tuttavia, ai tempi di Tutankhamon l'Egitto intratteneva commerci con Cipro da almeno una cinquantina d'anni, sotto forma di importazioni mediante i cosiddetti Popoli del Mare, e questo può giustificare la presenza della smaltatura durante il Nuovo Regno.

Va invece evidenziata l’importanza del cosiddetto “blu di smalto” o “smaltino”, comparso nell'area mediterranea già intorno al 2000 a.C.: si tratta di un vetro blu intenso ottenuto mediante la sinterizzazione e macinazione di cobalto ossido (estratto dalle rocce di smaltite) con potassa e quarzo. Il vetro così ottenuto era usato anche come pigmento, soprattutto per la ceramica. 

La tecnologia del “blu di smalto” e le lavorazioni del metallo usate nella realizzazione della niellatura porteranno probabilmente alla comparsa dei primi smalti blu su oro a Micene, intorno al 1425 a.C. (fonte: Higgins); da qui in poi è solo attraverso l'evidenza dei reperti archeologici che è possibile seguire con ragionevole certezza lo sviluppo storico della smaltatura. Si vedrà che l’impiego della smaltatura avrà per molti secoli un uso limitato agli ornamenti personali e oggetti di culto religioso, il che rende ancora più difficile rintracciare l'inizio di questa tecnica.

Come già accennato, i più antichi ritrovamenti di vero smalto successivi a Micene risalgono all’epoca d’oro di Cipro. I primi esempi sono sei anelli d’oro smaltati risalenti al XIII secolo a.C. e ritrovati in una tomba a Kouklia. Un altro oggetto notevole è lo Scettro in oro di Kourion con un’impugnatura di 16 cm ritrovato presso Episkopi (allora Curium o Kourion), risalente all’XI secolo a. C. L’apice sferico è smaltato in celle di forma semicircolare, dove si alternano smalto bianchi, lilla e verdi. Vi si nota una sorprendente abilità tanto nella lavorazione dell’oro quanto nella tecnica di smaltatura; molti secoli dopo e fino ad oggi questa tecnica verrà chiamata “cloisonné”, dal francese "cloison" che vuol dire cella, alveolo, scomparto. Lo scettro si trova al Museo di Cipro a Nicosia.

  • Anelli smaltati della Tomba Micenea, 1300-1100 a.C., Museo di Nicosia, Cipro
  • Pomolo dello Scettro di Kurion, Museo di Nicosia, Cipro

II. L'antichità

Per il periodo fra i secoli XI e VII a.C. non vi sono al momento ritrovamenti archeologici e la smaltatura sembra estinguersi. Ricompare tuttavia nel VII secolo a.C., in Azerbaigian, in filigrana smaltata (fonte: Dietzel): non sappiamo se tale tecnica sia l'erede di quella antica o se sia stata riscoperta solo in quest'epoca. Probabilmente vi furono da qui diverse vie di diffusione dello smalto. Una che passa dalla Mesopotamia, Persia, Caucaso fino alla Russia meridionale, testimoniata dalla presenza di reperti prodotti dagli Sciti, antica popolazione insediata nella zona del Mar Caspio durante il loro apogeo (700-670 a.C.). Una seconda via di diffusione passa invece dalla Grecia, Magna Grecia ed Etruria e di qui verso i Celti della Gallia, e parallelamente lungo i Balcani verso il Danubio e i Germani. Questi percorsi s’intersecheranno nel periodo delle grandi invasioni barbariche.

In Etruria, Magna Grecia e a Siviglia, territori legati tra loro dai commerci, sono stati prodotti oggetti smaltati datati tra il VII il IV secolo a.C. (fonte: Valérie Gonzalez, Gli smalti dell’Europa Musulmana e del Maghreb). L’esecuzione è di una tale accuratezza da far pensare a una pratica ben conosciuta. In particolare, in Etruria sono stati ritrovati alcuni gioielli smaltati in oro: uno di essi, risalente al VI secolo a.C., è oggi custodito al Metropolitan Museum, mentre un altro paio di orecchini, decorati con dei cigni e datati al III secolo a.C., fanno parte della Collezione Campana del Louvre di Parigi. A Cadice in Spagna sono stati ritrovati il collare di Gadir (V-VI secolo a.C ) e a Siviglia il pendente del “Tesoro del Carambolo”, VIII – VI secolo a.C. (fonte: Núria López-Ribalta). I Celti gallici, dal V secolo a.C. (epoca La Tène), smaltavano oggetti di vario genere, in bronzo, con un colore rosso vivo, mentre, sulle isole Britanniche celtiche lo smalto si sviluppò verso il III secolo a.C. In Grecia e Magna Grecia continua invece la tradizionale arte della filigrana smaltata. 

Un territorio particolarmente fertile nella produzione di gioielli smaltati è la Nubia, attuale Sudan; a parte alcuni frammenti di metallo smaltato datati al 600 a.C. di dubbia origine egizia o mediterranea, è soprattutto durante il periodo meroitico (270 a.C. – 50 d.C.) che la smaltatura prese piede, quando gli artigiani locali sperimentarono con lo champlevé e con i primi tentativi di smalti traslucidi (fonte: Denise Doxey, curatrice presso il Museo di Belle Arti di Boston).

Notevole esempio è il braccialetto di Hathor ritrovato negli scavi della piramide 8 di Gebel Barkal e datato al periodo fra il 250 e il 100 a.C.; i suoi smalti contengono dei blu intensi ottenuti con ossido di cobalto (sotto forma di "smaltino"), i viola sono a base di manganese e rame, i verdi erano ottenuti con manganese, rame e ferro. Purtroppo, gli smalti sono un po' consumati ma colpiscono per il fatto stesso di essere traslucidi, una vera novità per gli Antichi. La più grande raccolta di monili in oro smaltato risalente alla Nubia del I secolo a.C. è il “Tesoro della Regina Amanishaketo" (35-20 a.C.).

Orecchini d'oro, filigrana

Isola di Milo, VI secolo a.C.

Braccialetto di Amanishakheto

Sudan, fine I secolo a.C.

Orecchino smaltato

Etruria, VI secolo a.C.

Fra il I secolo a.C. e il II secolo d.C., i Romani si servono della smaltatura soprattutto per la decorazione di pugnali e foderi in dotazione presso l’esercito romano: è proprio a Roma, sotto Ottaviano Augusto, che fiorisce la produzione del vetro millefiori. I Romani con l’espansione del loro impero portarono ovunque oggetti smaltati di varia provenienza, come fibule o fermagli. Si vennero a formare le tecniche “gallo-romane”, in gran parte champlevé su bronzo con una tecnica un po’ più grossolana, che si potrebbe definire imbarbarita. I più antichi esempi di smaltatura in Germania consistono in ritrovamenti sul Reno e risalgono ai tempi della dinastia flaviana (dal 69 al 96 d.C.). Il greco Filostrato di Lemno, (240 d.C., a Roma), scrive a proposito dei barbari del nord, che in prossimità dell’oceano stendono colori sul bronzo incandescente (tecnica Champlevé). Barbari e Romani ebbero un ruolo importante nella divulgazione della smaltatura su bronzo. Nel IV secolo gli Unni, originari delle lontane steppe dell’est, con la loro calata scacciarono i Germani e i Goti e introdussero nuovamente la smaltatura “cloisonné” barbaro-romana. 

Smalti celtici

Gran Bretagna, I-II secolo

Fibula romana, smalto su bronzo

Vaison La Romaine, III secolo

III. L'alto Medioevo

Nel V secolo iniziano le invasioni barbariche e la smaltatura diventa più orientaleggiante e di livello tecnologico inferiore. Si fanno fusioni negli alveoli con vetro colorato simile allo smalto, ma non perfettamente aderenti al supporto metallico e quindi confondibili con lo smalto vero e proprio.

La smaltatura nacque cloisonné ma passarono molti secoli prima di veder realizzato uno smalto con dilatazione e aderenza ottimali. Lo smalto visse la sua prima epoca d’oro a Bisanzio (600 – 1100 d.C.), con le figure ben distinte e i colori vivaci e luminosi. 

Esempi di Cloisonné Bizantino, tratti da un evangeliario.

Dal VI all’VIII secolo, in Inghilterra Scozia e Irlanda, indisturbate dalle invasioni barbariche, ci fu un rinnovato impulso all’arte celtica e britanno-romana. Gli Anglosassoni appresero questa tecnica che con le loro conoscenze orafe si sviluppò nel nuovo stile di decorazione “cloisonné” insulare o britanno-romanico. Bisognerà attendere la fine del VIII per assistere alla comparsa di figure più complesse.

Ricordiamo in particolare i ritrovamenti di Sutton Hoo (Inghilterra, VII secolo), dove sono state ritrovate splendide opere di oreficeria con filigrane e cloisons in oro al cui interno venivano incastonate gemme di granato rosso insieme a vetri millefiori romani applicati forse come smalto, soprattutto di colore azzurro.

In Italia nel VI secolo, i Longobardi scacciano gli Ostrogoti e s’insediano a Ravenna, dove assimilano anche la tecnica del cloisonné bizantino. 

Fra gli oggetti più importanti lasciati dai popoli germanici in Italia (Ostrogoti, Longobardi e Franchi) ricordiamo la celebre Corona Ferrea, realizzata in più fasi tra il 400 e l’800. La tradizione sulla storia di questo preziosissimo oggetto è stata in buona parte confermata dalle analisi dell'Università di Milano, secondo cui l’oro della corona proviene dall’epoca di Costantino (c. 350 d.C.) che sarebbe stato il suo primo possessore, mentre le lastrine con gli smalti originari in vetro al potassio sono stati aggiunti sotto il regno di Teodorico (c. 500 d.C.). La Corona ha attraversato un periodo di aggiunte e restauri sotto i Longobardi, finché 21 dei 24 smalti sono stati sostituiti con vetri alla soda per volontà di Carlo Magno in vista della sua incoronazione, avvenuta il 25 dicembre 800. Da allora, la Corona Ferrea è stata indossata da ben 32 sovrani, tra cui Napoleone Bonaparte il 2 dicembre 1804 ed è custodita nel Duomo di Monza. Si tratta senza dubbio del più importante oggetto smaltato di questo periodo storico.

I laboratori italiani diventano ben presto celebri per la produzione di smaltature perfette, in stile carolingio, che nel corso del VII secolo esportano in tutta Europa. Una testimonianza importante dell'arte tardo-carolingia è il Paliotto dell'altare di Sant'Ambrogio a Milano, realizzato verso l'850 dal grande orafo Volvinio.

La Corona Ferrea, gioiello dell'oreficeria e smaltatura medievale (350-800 d.C.) con le sue 24 lamine smaltate.

Cloisonnè in stile bizantino dal Paliotto dell'altare di S. Ambrogio in Milano (850, orafo Volvinio).

Risalgono all'VIII secolo alcuni ritrovamenti di oggetti Cloisonné in Georgia  che si trovano al Museo delle Belle Arti, insieme ai trittici di Martvili e Khakhuli risalenti ai secoli IX-XII. (fonte: Núria López-Ribalta). La Georgia, infatti, è stata uno dei pochi territori d'influenza bizantina a non aver subito le conseguenze della crisi iconoclasta, in cui la Chiesa greca fu spaccata in due fra i difensori dell'iconografia tradizionale e i loro deterrenti, convinti che fosse necessario distruggere tutte le immagini sacre.

In Gallia, dove le prime smaltature grossolane apparvero nell’VIII secolo, fu solo nel IX secolo che la volontà di imitare e assimilare la tecnica bizantina porta ad opere di pregio come l’acquasantiera di Saint Maurice di Agaune con disegni di gusto persiano. 

Nelle regioni germaniche si ripete la stessa evoluzione tra l’VIII e il IX secolo quando l’importazione di opere cloisonné da Bisanzio stimola gli orefici tedeschi nella produzione di vere e proprie opere d’arte, soprattutto sotto forma di reliquiari. Fra gli oggetti più interessanti dell’età ottoniana (887-1000), è giusto citare quelli realizzati su commissione per conto di Egberto, arcivescovo di Treviri (950-993). In particolare, ricordiamo l’Altare-reliquiario del sandalo di Sant’Andrea apostolo, la Ferula di San Pietro apostolo e il reliquiario del Santo Chiodo, tuttora parte del Tesoro della Cattedrale di Treviri. In Spagna, invece, le tracce di produzioni a smalto sono rare, ad esempio la Croce della Vittoria, realizzato su commissione di Alfonso III nel 908.

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Sopra: Reliquiario del Santo Chiodo. Sotto a sinistra: Ferula di San Pietro. Sotto a destra: Reliquiario del Sandalo di Sant’Andrea.

La Pala d'Oro della Basilica di San Marco a Venezia rappresenta l'opera più rilevante per bellezza e dimensioni in smalto bizantino. Commissionata inizialmente dal doge Pietro Orseolo I (976-978) e successivamente ampliata e restaurata dai dogi Ordelaffo Falier (1105), Pietro Ziani (1209) e Andrea Dandolo (1342), la Pala conta oggi un totale di 250 placche con icone in smalto cloisonné, realizzate da orefici bizantini e/o trafugati da Costantinopoli durante le Crociate.

Dettagli della Pala d’Oro del Duomo di San Marco a Venezia (X-XV secolo; 3,5 x 2,1 m circa).

Una menzione a parte merita la Sacra Corona d'Ungheria. Realizzata secondo la leggenda per ordine del papa e usata nell'incoronazione del re santo Stefano d'Ungheria il 25 dicembre 1000 (esattamente 200 anni dopo Carlo Magno), la corona sarebbe in realtà l'unione di due corone distinte, entrambe con icone smaltate ma una con scritte in greco e l'altra in latino, databili a partire dall'XI secolo. La Corona di santo Stefano è indicata come il più notevole esempio di émail mixté, cioè una tecnica di transizione fra il cloisonné e lo champlevé.

IV. Il basso Medioevo

L’epoca “carolingia” vedrà svilupparsi le vetrate delle cattedrali gotiche, dove il vetro veniva colorato o smaltato e composto in tessere, da unire ai bordi col piombo. Nasceva così lo smalto su vetro “cattedrale”. La più antica vetrata conosciuta, dipinta dal monaco Wernher, risale alla fine del decimo secolo, nell’abbazia di Tegernsee in Baviera.

In Spagna, sotto il patrocinio del re di León, Fernando I (1016-1065), e della sua consorte, la regina Sancha, nascono alcuni atelier di smalto cloisonné su oro e argento; la maggior parte di queste opere è oggi custodita nel Tesoro di sant'Isidoro di León e nella Cattedrale di Oviedo.

Curioso esempio di oggetti in metallo ferroso, un'immagine religiosa e alcuni piccoli dischi

forse pensati come moneta. Tecnica cloisonné, XI secolo.

Ritrovati nella Haute Vienne. Museo delle Belle Arti, Limoges.

Negli ultimi decenni dell’XI secolo fiorisce in Francia la produzione di smalti su rame dorato nella cittadina di CONQUES. È proprio qui che sembra nascere lo champlevé su rame (il primo esemplare noto è il Cofanetto dell’Abate Bonifacio di Saint Foy, 1120 circa), ottenuto non più attraverso la lavorazione del metallo in fusione come per i bronzi celtici, bensì attraverso incavi nel rame ottenuti con strumenti da cesello o con appositi acidi. Dapprima gli orafi si limitavano a scavare la figura, disponendo poi i fili all’interno della medesima come nel cloisonné (come nell'émail mixté della Corona d'Ungheria); in seguito alla morte dell’abate Begon III, fra i principali fautori della fioritura dell’oreficeria e smaltatura di Conques, la produzione entra in declino e si trasferisce verso altri nuovi centri (fonte: Enamels of Limoges 1100-1350,  AA.VV., Metropolitan Museum, 1996, New York).

Dal XII secolo d.C. sorgono infatti nuove scuole in cui si pratica la tecnica dello champlevé: la Limosina nella vicina Limoges (Francia), la Mosana a Liegi, Stavelot e Namur (Belgio), la Renana a Colonia (Germania), e una quarta scuola a Silos, vicino a Burgos (Spagna). Quasi sicuramente non è un caso che le città di Conques, Limoges, Colonia e Silos sorgano lungo le principali arterie del Cammino di Santiago di Compostela, i cui pellegrinaggi furono rilanciati proprio in questo periodo da papa Callisto II e i suoi successori. (fonte: G. Hernández, Trabajo fin de grado - Esmaltes sobre Metal, Barcelona, 2014; pg.14-16). Per tutto il Medioevo si fabbrica così una grande quantità di reliquari, cofanetti, pale d’altare, tabernacoli, patene, calici e placche a carattere religioso.

Posizione di Conques, Limoges, Colonia e Silos sul Cammino di Santiago di Compostela.

Limoges è stata la prima scuola a ricevere l’eredità della vicina cittadina di Conques, con un’abbondante e continuativa produzione di smalti cloisonné e champlevé che andò perfezionandosi nei decenni successivi. Il primo esemplare noto di champlevé limosino è la Cassa-reliquiario di Bellac (1130 circa). Pochi anni dopo, la conoscenza della nuova tecnica giunge fino a Colonia e, da qui, verso le zone mosana e renana. In particolare, fu probabilmente l’orafo e niellatore Ruggero di Helmarshausen a portare con sé le nuove conoscenze da Colonia fino all’abbazia di Helmarshausen, nella Germania meridionale. Poco dopo, il monaco noto come Teofilo il Presbitero descriverà la realizzazione della smaltatura su metalli nel suo celebre trattato "De diversis artibus". Alcuni accademici (tra cui Albert Ilg, Dodwell, Cyril Stanley Smith, Eckhard Freise) hanno sostenuto l’identificazione di Teofilo con Ruggero di Helmarshausen, perché i due vissero in Germania nello stesso periodo e perché in uno dei più antichi manoscritti si legge la notazione "Teophilus est Rugerus". Altri autori hanno espresso dubbi su questa identificazione, ad esempio Maria Luisa Martín Ansón nel suo libro Esmaltes de España. Il periodo tuttavia coincide e le tecniche artistiche descritte sono le stesse impiegate da Ruggero (illuminazione dei manoscritti, niellatura, lavorazione dei metalli, smaltatura), per cui è possibile immaginare un qualche influsso del suo lavoro sullo scritto di Teofilo.

A sinistra: pastorale champlevé (1150 circa);
a destra, pisside e reliquiario champlevé basse-taille (1200 circa). Castello Sforzesco, Milano.

La scuola mosana, in particolare, ha i suoi centri più importanti nelle abbazie di Stavelot e St-Denis, dove operano alcuni abili orafi e smaltatori, fra cui il celebre Godefroy de Claire, attivo fra il 1150 e il 1173. Altro esponente della scuola Mosana fu Nicola di Verdun, ricordato per il Reliquario dei Re Magi a Colonia (1190-1220) e per la Pala d’Altare di Klosterneuburg (Austria, 1181).

Nicola di Verdun ha lavorato sul suo capolavoro per 10 anni e l’ha consegnata al prevosto di Klosterneuburg nel 1181. Esso era in origine un rivestimento decorativo per il parapetto del pulpito nella chiesa conventuale. Durante il grande incendio del 13 settembre 1330, gli smalti furono salvati spegnendo le fiamme col vino perché le risorse d’acqua erano insufficienti. L’ex prevosto fece assemblare le placche smaltate in un trittico come pala d’altare. Per poter chiudere la cornice della pala, egli commissionò a orafi viennesi anche sei nuovi pannelli che si conformassero pienamente al modello. Sul retro, il prevosto fece realizzare da un autore anonimo quattro grandi pitture a tempera che rappresentano i più antichi dipinti tedeschi databili con certezza.

  • Reliquiario dei Magi di Colonia, Nicola di Verdun (1190-1220)
  • Profeta Amos, dettaglio dal Reliquiario dei Magi di Colonia
  • Pala d'altare dell'abbazia di Klosterneuburg (Germania), Nicola di Verdun (1190-1220)
  • Dettaglio dall'altare di Klosterneuburg

La scuola spagnola di Silos nasce invece nell'abbazia di San Domingo de Silos nella seconda metà del XII secolo, grazie alle importazioni da Limoges. Le opere più importanti di questa scuola sono l'Urna di San Domenico (1165-1170) e il pastorale dell'abate Juan II (morto nel 1198). (fonte: G. Hernández, Trabajo fin de grado - Esmaltes sobre Metal, Barcelona, 2014; pg.27ss).

Delle quattro scuole, solo quella di Limoges è sopravvissuta oltre il XII secolo e, seppur a fasi alterne, è riuscita a giungere fino ai nostri giorni; ciò ha permesso agli smaltatori limosini di sperimentare in seguito tecniche più complesse e innovative. Nel 1215, durante il IV Concilio Lateranense, Papa Innocenzo III incoraggiò la produzione dell’Opera di Limoges (Opus Lemovicense) e nel 1229 il Sinodo di Winchester decise che in ogni chiesa europea vi fosse almeno una riserva eucaristica (le celebri “colombe eucaristiche”) dalla manifattura di Limoges. Questo ha avuto sicuramente un impatto decisivo nella crescita di Limoges durante tutto il XIII secolo.

Secondo recenti studi indipendenti fra loro da parte del Metropolitan Museum of Art e dell’Università di Torino, il periodo fra il XII e il XIII secolo vede un importante cambiamento nella composizione chimica degli smalti limosini. Dalle analisi allo spettrometro è infatti risultato che gli smalti usati fino alla fine del XII secolo sono chimicamente identici ai vetri musivi dei Romani, per poi passare gradualmente verso un nuovo tipo di vetro con materie prime provenienti dal Medio Oriente. Questi smalti vennero però lentamente a mancare e dovettero essere progressivamente sostituiti nell’arco di cinquant’anni. Nel secondo quarto del XIII secolo la nuova composizione degli smalti era già stata adottata nelle scuole mosana e limosina. Secondo alcuni studiosi, ciò potrebbe spiegarsi con un iniziale riutilizzo dei vetri musivi romani da parte degli artisti, almeno fino al 1200. Ciò conferma tra l’altro l’accuratezza e affidabilità del già menzionato monaco Teofilo, che così scriveva:

Nelle opere a mosaico degli antichi edifici pagani si trovano diversi tipi di vetro fra cui bianco, nero, verde, giallo, blu zaffiro, rosso e porpora; non è chiaro, ma opaco, come il marmo, e sono come pietre squadrate; da queste si ottengono gemme da applicare su oro, argento e bronzo e di queste parleremo a suo luogo. Si possono trovare anche diversi piccoli vasi coi medesimi colori, e che i francesi raccolgono con grande intelligenza in questo lavoro, e alcuni fondono il blu zaffiro nelle loro fornaci, con piccole aggiunte di vetro trasparente o bianco, e realizzano con essi costose placche color zaffiro o lo riutilizzano per le vetrate. Essi fanno la stessa cosa anche con i colori porpora e verde.” De diversis artibus, libro II, capitolo 12.

Colomba eucaristica usata come tabernacolo, prodotta a Limoges verso il 1215-1235. Metropolitan Museum di New York. Rame dorato con smalti champlevé.

Alla fine del XIII secolo, mentre Limoges entra temporaneamente in decadenza, inizia a svilupparsi la nuova tecnica del “Rilievo traslucido” (anche Champlevé Basse taille = Bassorilievo), dovuta ad alcuni orafi senesi. Essa costituisce l’evoluzione del “cloisonné” e dello “champlevé” e viene definita “basse-taille” (bassorilievo) perché gli incavi ricavati a sbalzo nel metallo sono poco profondi. Questi sbalzi, che costituiscono il disegno e le forme, vengono ricoperti di smalto traslucido e colorato, dando origine ad eccellenti sfumature. La base era argento o oro, a tutto spessore o, in seguito, a strato sopra il rame.

Secondo Flavia Callori del Vignale, “la creazione degli smalti traslucidi si deve quindi alla fusione di due diverse esperienze tecnologiche: la prima, essenzialmente francese, che comportava la lavorazione a rilievo della lastra metallica di supporto, e la seconda, bizantina, che impiegava smalti semitrasparenti” (fonte: “Il Calice di Guccio di Mannaia nel Tesoro della Basilica di San Francesco ad Assisi", pg 133). La stessa autrice sottolinea fra le fonti della nuova tecnica l’uso degli smalti traslucidi nella produzione locale toscana, il cui esempio sono le placche decorative montate sulla reliquia della Santa Cintola nel Duomo di Pisa, risalente al 1300 circa, e i lavori d’oreficeria importati dalla Francia sotto gli Angiò, ad esempio il busto-reliquiario di San Gennaro a Napoli.

La prima opera in champlevé basse-taille è il Calice di Niccolò IV, oggi ad Assisi, realizzato dal senese Guccio di Mannaia in argento dorato, alto 22 cm, e decorato con 96 smalti traslucidi. La tecnica ideata da Guccio divenne fin da subito un grande successo e ben presto altri orafi smaltisti senesi la riprodussero per la produzione di calici e patene. Fra di essi ricordiamo in particolare Duccio di Donato, Tonino di Guerrino e Andrea Riguardi.

Nel 1337 un altro senese, Ugolino di Vieri, realizza un altro capolavoro, il grande Reliquiario  del Corporale del Miracolo di Bolsena, nel duomo di Orvieto. Con lui collaborano almeno altri due orafi, Viva di Lando e Bartolomeo Tommè.

A sinistra, Reliquiario del Miracolo di Bolsena, realizzato da Ugolino di Vieri (1337 – 1339).
A destra, Calice di Niccolò IV (1288-1292) realizzato da Guccio di Mannaia (Museo del Tesoro della Basilica di San Francesco ad Assisi): è il primo esempio noto di smalto “basse-taille”.

In Spagna, la tecnica dello champlevé basse-taille arriva dall’Italia fino al Regno d’Aragona, dove sorgono nuovi centri a Maiorca e Valencia sotto l’impulso di re Giacomo I d’Aragona († 1276) e dove raggiungerà il suo apice nella seconda metà del Trecento. A Maiorca nelle isole Baleari sorgono infatti degli atelier di smalto traslucido, fondati da orafi d’origine provenzale, senese e napoletana, ma è solo nel 1353 che essi si riorganizzarono in un vero centro produttivo, realizzando opere marchiate con il punzone MAIORICA. Esempio notevole di questa produzione è la Custodia eucaristica della Cattedrale di Ibiza. Rappresentante importante della scuola di Valencia, invece, è l’orafo Pere Berneç, autore di numerose opere religiose in smalto traslucido tra il 1350 e il 1380. Influenzato artisticamente dallo stile senese, l’artista valenziano ha lavorato soprattutto per la corte del re Pietro il Cerimonioso († 1387), per cui ha realizzato le pale d’altare in argento e smalto per la cappella del Palazzo Reale di Barcellona (1360) e per le cattedrali di Valencia e Maiorca (quest’ultima in collaborazione con Pere Perpinyà), tuttavia nessuna di esse è giunta fino a noi. Sono giunti fino a noi la pala dell’altare maggiore della Cattedrale di Girona, realizzata in collaborazione con Ramon Andreu (1358) e, sempre nella stessa chiesa, tre croci decorate a smalto (1350-1360). Dal 1376, le sue opere per la Corona d’Aragona sono realizzate a quattro mani con il discepolo Bertomeu Coscolla. (fonte: G. Hernández, Trabajo fin de grado - Esmaltes sobre Metal, Barcelona, 2014; pg.27ss).

Spostandoci in Oriente, sempre intorno al 1300 la tecnica della smaltatura arriva per la prima volta in Persia, in seguito alla conversione all'Islam del settimo sovrano  dell'Ilkhanato mongolo, Ghazan Khan (regnante dal 1295-1304). La tecnica in questi territori si adatta ai soggetti propri dell'Islam, privi di figure umane e animali e ricche di motivi geometrici e floreali, dai colori brillanti e con una certa preferenza per il blu: proprio per questo, la smaltatura in Iran e in India è nota con il nome di minakari, dalla parola minoo che significa "cielo, paradiso". Nei secoli successivi, la tecnica si diffonderà da qui nella vicina Cina nel XIV secolo. (fonte: Gioielli dall'India dai Moghul al Novecento, vedi estratto)

V. Il Rinascimento

La prima testimonianza scritta sull’esistenza del plique-à-jour risale ad un inventario di Papa Bonifacio VIII nel 1295 dove è chiamato smalta clara. Tuttavia, il primo esempio pervenutoci di smalto a giorno è la Coppa di Mérode: un bicchiere con coperchio, interamente in argento dorato (vermeil) finemente decorato e realizzato verso il 1400 in Borgogna. L’oggetto prende il nome dall’antica casata belga di Mérode cui apparteneva in origine. La Coppa è fra più antichi oggetti realizzati con la tecnica dello smalto a giorno, nonché l’unico sopravvissuto da questo periodo. Le decorazioni sulle finestrelle sono già in stile gotico. 

La Coppa di Mérode, argento dorato "vermeil" con smalti plique-à-jour, prodotto in Borgogna verso il 1400.

Fra il 1380 e il 1420, si iniziano a sperimentare nuove forme di decorazione a smalto più “coraggiose” rispetto alle tecniche precedenti. In particolare questo è il momento in cui compare lo smalto a tutto tondo (ronde bosse) che viene sviluppata soprattutto a Parigi. Un possibile motivo è che, in seguito alla Guerra dei Cent’Anni (1337-1453) e in particolare al Massacro di Limoges (19 settembre 1370) la scuola limosina entra in decadenza, mentre alcuni dei suoi orafi trovano rifugio a Parigi sotto il mecenate Giovanni di Valois, Duca di Berry. È a quest’epoca che risalgono i più antichi ronde bosse conosciuti: il Reliquiario della Santa Spina (1380-1387 circa), realizzato su commissione del duca di Berry per contenere un frammento della presunta Corona di Spine di Gesù e alta poco più di 30 centimetri; il Cavallino d’Oro di Carlo VI, realizzato come ex voto per il Capodanno 1405 e alto ben 62 cm; e la Tavola della Trinità, alta 44,5 cm e anch’essa un ex voto, realizzata per il Capodanno 1412 e prodotta su commissione della regina d’Inghilterra Giovanna di Navarra, forse da orafi francesi. Elemento comune di questi primi ronde bosse è l’uso dello smalto bianco al piombo, di recente invenzione e alquanto di moda all’epoca. Oltre al bianco troviamo altri smalti verdi, rossi, neri e blu.

I tre primi “ronde bosse”: A sinistra, il Reliquiario della Santa Spina, 1380 circa, British Museum (Londra, Regno Unito); al centro, il Cavallino d’Oro, 1404, Basiica di Sant’Anna (Altötting, Germania); a destra, la Tavola della Trinità, 1411, Museo del Louvre (Parigi, Francia).

L’Italia del Nord passa dal “champlevé ” alla “pittura su smalto”. Gli smaltatori Veneti e Lombardi si distinguono per la produzione di calici, piatti, brocche verso la metà del XV in concorrenza con Limoges. Il passaggio allo smalto dipinto (émail peint) si può ritenere contemporaneo in Italia e in Francia. J. Fouquet, di cui si conserva al Louvre il primo ritratto in smalto dipinto, lo apprende in Italia un anno prima, dal Filarete, nel 1454.

Vasi, piatto, brocca e ciotola smaltato su rame (plein émail)

tecnica lombarda e veneziana, metà del XV secolo.

Autoritratto di Jean Fouquet, considerato il primo -email peint-, oggi al Louvre di Parigi

Da questo momento in poi, la smaltatura inizia a diventare arte vera e propria: si abbandonano le figure piatte e stilizzate cloisonné e champlevé e si comincia a vedere la profondità del disegno. Anche i colori lentamente si avvicinano a quelli dei quadri ad olio su tela. Le luminosità rimangono e migliorano ancora di più con le trasparenze su sottili lamine d’oro o d’argento. Verso la fine del Quattrocento le opere dello “Pseudo-Monvaerni” (nome ricostruito a partire dalla sua firma MONVAERNI) vengono eseguite senza l’uso di tramezzi o incisioni nel metallo.

Opera dello Pseudo-Monvaerni, 12x16 cm, fine XV secolo.

La prima opera considerata pienamente émail peint è una Crocifissione datata al 1° aprile 1503 realizzata da Nardon Pénicaud (1470-1542), capostipite di una famosa famiglia di smaltatori. L’opera fu commissionata da Renato II, duca di Lorena (1451-1508), oggi conservata al Museo di Cluny. Il francese Léonard Limosin (1505-1577) fu il primo a essere riconosciuto come artista-pittore e valletto del re. Di lui si conserva un’opera pittorica al "Musée de l’Evêché" di Limoges, L’Incredulità di San Tommaso. Limosin fu ammesso alla scuola del Fontainebleau e fu il solo in grado di eseguire centinaia di ritratti e scene mitologiche in rame smaltato disegnandosi da solo i bozzetti.

  • Crocifissione, Nardon Pénicaud, 1503
  • Ritratto del Conte Palatino Jean Philippe%2C Leonard Limosin
  • Miracolo del Corvo di Sant'Antonio Abate%2C Leonard Limosin
  • Giudizio di Parigi%2C Leonard Limosin

Vi. L'età moderna

La tecnica Grisaille (detta anche Cammeo) appare intorno al 1530: su un substrato di rame si cuoce uno smalto scuro, sopra al quale si applicano figure in smalto bianco lavorato prima a crudo, si finisce quindi con diversi strati cotti che danno un leggero rilievo. Le migliori realizzazioni sono sempre a tecnica mista, (Traslucido, Grisaille, e Dipinto) in leggero rilievo, con fregi in oro e l'incarnato dei volti in rosa. Questa tecnica porterà nel tempo, soprattutto a Limoges, alla vera e propria pittura su smalto. I migliori smaltatori si cimenteranno in tutte le tecniche. Pierre Courteys, Pierre Raymond, Nouailher, Jacques Laudin, Janne de Court (Susanne Court), Le officine di famiglia continueranno ad eseguire innumerevoli smalti di pregio. Non mancano artisti anonimi come il cosiddetto “Maitre de l’Eneide”.

Tecnica Grisaille (Cameo). A sinistra: Grisaille di Scuola toscana A destra: Jean Laudin, la follia.

Nel frattempo, in Oriente, alcuni smaltatori di Lahore nel Punjab (all'epoca sotto l'influenza persiana, attualmente in territorio pakistano) vengono accolti dal sovrano indiano Man Singh I (1550-1614) a Jaipur nel Rajasthan, dove fondano il più importante centro di produzione a smalto dell'India. Altri centri vengono fondati nei due secoli successivi a Lucknow, Varanasi e infine a Delhi (fonte: Gioielli dall'India dai Moghul al Novecento, vedi estratto).

Tornando in Occidente, il Seicento vede la comparsa di una nuova tecnica, la pittura su smalto. Questa tecnica pittorica si presta molto alla miniatura e lentamente riprende la perfezione, divenendo la tecnica privilegiata per la decorazione di abacchiere e portacipria accanto all’orologeria e l’oreficeria, interpreterando il nuovo gusto “rococò” per l’oggetto di lusso e da collezione. Jean e Henri Toutin nel 1632 per primi e in seguito i fratelli Huaud e Jean I Petitot (1607-1691, conosciuto come il “Raffaello dello smalto”), sono alcuni esponenti di spicco della miniatura a smalto. Petitot, con il chimico Turquet de Mayerme, perfeziona i colori e tramite il famoso ritrattista Anton Van Dyck (1599-1641) produce su smalto i ritratti eseguiti dai migliori pittori del tempo. La dinastia degli Huaud, sempre a Ginevra, chiude il Seicento e apre il Settecento e svilupperà anche la miniatura su avorio e su pergamena. Negli ultimi trent'anni del Seicento, quest’arte va lentamente spegnendosi, sia per il cambio dei gusti sia per la minore accuratezza delle produzioni diventate di grande quantità. 

Nato dal Barocco presso la corte di Luigi XIV in Francia, il nuovo stile Rococò comincia un secolo d’espansione della decorazione ginevrina su smalto, che adotta i modi sensuali e leggeri dello stile. Il più grande tra i ritrattisti su smalto di questo periodo è senz’altro Jean-Etienne Liotard (1702-89): alla sua scuola si formano per tutto il secolo valenti artisti.

Sempre agli inizi del Settecento, il nuovo zar Pietro I il Grande intraprende un viaggio in incognito in Europa occidentale nel 1697-1698 durante il quale entra in contatto con l'architettura e le arti occidentali, e in particolare con la tecnica della miniatura a smalto dell'artista franco-svedese Charles Boit, che all'epoca lavorava in Inghilterra al servizio del re Guglielmo III. Pietro ne resta così affascinato da tentare di importare il ritratto a smalto in Russia, chiamando diversi smaltisti occidentali nella neonata capitale San Pietroburgo. Il primo smaltista russo fu Grigorij Semënovič Musikijskij (1670-1740), pittore del Palazzo dell'Armeria di Mosca, che fu chiamato a San Pietroburgo per eseguire i ritratti della famiglia reale, oggi al Museo dell'Ermitage, con uno stile ben lontano dagli standard europei. Ben diversa è invece l'arte di Andrej Grigorovič Ovsov, che dimostra una qualità analoga a Parigi o Londra e adotta la tecnica del pointillé.

Ritratto della famiglia reale di Pietro il Grande, miniatura a smalto di Grigorij Semënovič Musikijskij, San Pietroburgo, 1716-1717.

Qualche decennio dopo, la smaltatura trova terreno fertile nel cosiddetto Anello d'Oro, un territorio di antiche città a nord-est di Mosca che include, fra l'altro, Kostroma (famosa per la sua produzione di gioielleria). Nel 1763 l'arcivescovo di Rostov Velikij, una delle principali città dell'Anello d'Oro, fonda il primo atelier per la produzione di icone realizzate con la tecnica della miniatura a smalto su fondo bianco. La tecnica, nota in Russia come finift, passò ben presto dalla produzione religiosa a quella profana, e la Russia divenne celebre per la produzione di gioielli, tabacchiere e medaglioni con miniature in smalto finift, soprattutto nella città di Jaroslavl (anch'essa parte dell'Anello d'Oro) e a San Pietroburgo, capitale russa fino alla Rivoluzione d'Ottobre (1918).

  • Miniatura di J.E. Liotard, Museo Hermitage,
  • Tabacchiera di J.A. Ador, Hermitage, 1774
  • Tabacchiera di J.A. Ador, Hermitage, 1771

Verso la fine del secolo XVIII la Rivoluzione Francese porta a una generale crisi degli smalti di lusso, e l'unico mercato significativo rimane l’Oriente. Per i cinesi sono spesso fabbricati orologi in coppia, da loro particolarmente apprezzati. Lo smalto cloisonné era arrivato in Cina già nel XIV secolo ed è menzionato per la prima volta nel libro Ge Gu Yao Lun. La Cina avrà un ruolo fondamentale nella diffusione dello smalto in Estremo Oriente, soprattutto in Corea e, di qui, fino al Giappone a partire dal 1620 con la produzione della Scuola Hirata (specializzata nella decorazione di else per spade katana). La probabile origine della tecnica persiana chiamata minoo, praticata in Iran e in Pakistan, in quanto il suddetto libro chiama la tecnica col nome di "oggetti islamici".

Si scopre lo smalto nero, che dà risalto ai motivi. Parallelamente alla pittura su smalto degli orologi si sviluppa quella sulle tabacchiere e sulle scatole. Ricordiamo Jean-Louis Richter (1766-1841), che con l’utilizzo dello smalto fondente realizza paesaggi realistici di grande fantasia compositiva, ispirati all’Italia oltre che ai monti svizzeri. Citiamo il nome dei tre maggiori smaltatori parigini del neoclassicismo: Couteau, Dubuisson e Merlet, gli ultimi due hanno continuato ad operare anche durante la restaurazione.
In Inghilterra la miniatura su smalto si sviluppa solo verso la metà del XVIII secolo, i modelli sono inglesi e tendenzialmente con lavorazione meccanica. Ciò favorisce le grandi quantità ma perde l’aspetto originale e artistico. La smaltatura va nuovamente in una progressiva decadenza che durerà per gran parte del XIX secolo. Nel primo XIX secolo con le miniature ispirate ai dipinti capolavori, fra cui Rubens, Raffaello, Tiziano, Correggio, (18 smalti al museo civico di Torino), si esprimono varie tecniche pittoriche meno luminose.
Durante tutto l’Ottocento ci si dedica al paesaggio e al ritratto. Ricordiamo il grande ritrattista Charles Louis François Glardon (1825-87). L’invenzione di Daguerre (il dagherrotipo, 1839, primo sistema di fotografia su lastra di rame) provoca un appiattimento sulla riproduzione stereotipa dalle fotografie, con l’abbandono del ritratto dal vero. Indichiamo da ultimo lo smaltatore Rodolphe Piguet (1840-1915) che dipinse alla maniera degli impressionisti. L’impulso dell’art nouveau contribuirà a recuperare tutte le tecniche che in precedenza erano cadute in disuso.
A Limoges operano J.B. Ernest Rubé Ruben, Dalpayrat, e Delphine De Cool trionfa a Parigi. Il movimento Inglese Arts and Crafts e l’Art Nouveau interesseranno l’avanguardia artistica tra la fine del 1800 fino al 1910. Sarà uno stile di rottura che porterà i gioielli smaltati a un livello fuori dal comune. Da citare oltre a René Lalique, i vari Thesmar, Fouquet, Vevere Tourette e Grasset, Feuillatre, Gaillard, Wolfers, von Cranach, Christofle e Lluis Masriera, in Europa e Tiffany negli States. Tutte le tecniche vengono riprese e perfezionate e il “plique a Jour” diventa popolare. Ma il guilloché diverrà famoso grazie a Fabergé e Christofle e, in seguito, a Cartier e Boucheron.

Esempi di miniatura applicata in orologeria.  A destra decorazione cloisonné di una pendoletta.

VII. L'età contemporanea

Come già accennato, dalla fine dell’Ottocento i metodi diventano sempre più industriali, portando all’abbandono di quest’arte, che richiede forse troppo tempo per i convulsi ritmi di vita moderni. Ricordiamo gli orafi smaltatori Wagner, Froment-Meurice, Falize, Boucheron, Christofle, Tard, Barbedienne, e per lo smalto dipinto e la grisaille Grandhomme, Garnier, Popelin, Lepec, A. Meyer, e i famosi Soyer. Una notevole eccezione è, alla fine del secolo, il lavoro dell'orefice Carl Fabergé a San Pietroburgo, il quale inventa l'oggettistica in argento con smalti traslucidi colorati. Famose sono, in particolare, le Uova Fabergé, oggetti di gioielleria in oro o argento con motivi guilloché e decorati con smalto traslucido, pensati come le matriosche per contenere sorprese anch'esse in metalli preziosi e smalto. Un notevole successo hanno avuto anche le opere di Hermann Ratzersdorfer Hermann Böhm, smaltisti e argentieri austriaci della fine del XIX secolo che interpretano il gusto neoclassico e neorinascimentale della Vienna tardo-imperiale con la produzione di oggetti di lusso come coppe a forma di nave e orologi da tavolo ispirati al gusto gotico con elementi ronde-bosse o pregiate stoviglie e ante di mobili decorate con miniature a smalto acquarellato.

Minerva, tecnica grisaille, smalto a fuoco su rame, Claudius Popelin (1825-1892).

Verso la fine dell’Ottocento, gli antiquari e gli archeologi riscoprono un interesse verso lo smalto, il che favorisce la reintroduzione di molte tecniche di smaltatura. A Sèvres, celebre manifattura di ceramica e porcellana, viene aperto un atelier dal 1845 al 1872, in cui si educano ottimi esecutori e si realizzano prestigiose produzioni (clicca qui per vedere due articoli sulle manifatture di Sèvres: Prima Parte - Seconda Parte). Gli ultimi tentativi di modernizzare l’arte sono quelli francesi Art Nouveau all’inizio del Novecento, come la splendida collana in oro, smalti, perle e brillanti, (Kunsthandwerk Museum di Francoforte) di René Lalique (1860-1945).

Rappresentante italiano dell'Art Nouveau è Vincenzo Miranda, orafo e argentiere napoletano, la cui ditta si presenta a Parigi all'Esposizione universale del 1900 con una fibbia d'oro decorata a smalto con motivi floreali.

Nello stesso periodo ha inizio l'Età dell'Oro dello smalto giapponese, a partire dal 1880 in piena era Meiji e lungo le ere Taishō e Shōwa almeno fino al 1950 circa. La produzione di questo periodo si concentra soprattutto su vasi, ciotole, piatti realizzati nelle diverse tecniche dello smalto, noto in Giappone con il nome shippō, letteralmente "i sette tesori" in riferimento alle gemme presenti sul trono del Buddha. Fra gli artisti nipponici più importanti ricordiamo alcuni nomi d'eccellenza, fra cui: Kaji Tsukenichi (il vero riscopritore dello smalto), Hayashi Tanigoro, Andō Jubei, Namikawa Yasuyuki, Namikawa Sōsuke, Yukio Tamura,  Kumeno Teitaro, Hayashi Kodenji, Inaba Isshin e Goto Seizaburō. Vedi approfondimento.

A sinistra: T. Gobert, Vaso a forma di tripode con scena di ricreazione all'aperto, 1869/72, Museo Nazionale della Ceramica di Sèvres.

A destra: Uovo di Fabergé dei “Dodici Monogrammi”, realizzato  e donato a Marija Fjodorovna per la Pasqua del 1895, in memoria del defunto zar Alessandro III. Custodito presso lo Hillwood Museum di Washington D.C., USA.

Parallelamente si sviluppa la smaltatura su ferro per oggetti casalinghi, cartellonistica pubblicitaria, segnaletica, aprendo la strada ai rivestimenti architettonici d’interni ed esterni e all'arredo urbano. Da citare è la cittadina di Morez in Francia.

Nel periodo dell’Art Déco, degli anni 1920 – 1930, risorge il nome di Limoges, attraverso i lavori di Alexandre Marty, sua figlia Henriette, Camille Fauré Léon Jouhaud. Le brocche “Art Deco” della bottega del Fauré, sono oggi opere d’arte riconosciute e indiscutibili. In Germania (1915-1933), dalla scuola d’arte “die Burg Giebichenstein,” (Bau Haus) usciranno insegnanti come Maria Likartz e Lili Shultz, attive tra le due guerre. J. Goulden in Francia. In Spagna, Miguel Soldevila e altri della scuola Massana, seguendo le tecniche di Grandhomme e Garnier, formeranno numerosi smaltatori che daranno vita alla scuola di Barcellona, dove lo smalto dipinto ha una particolare personalità. Esponenti di spicco sono Lluis Masriera e Modest Moratò Ojer.

Negli anni 1950 – 1960, ricordiamo Josep Brunet, Núria Nialet, Francesca Ribas, Núria Ribot e Joan Gironès. Le caratteristiche di questa scuola si gustano in alcuni smaltatori di grande talento: F. Vilasís-Capalleja famoso nel mondo, Montserrat Mainar, Pascual Fort e Andréu Vilasís, quest’ultimo diede particolare impulso al rinnovamento dello smalto in Spagna. Fu Direttore e insegnante della Escuela Bicentenaria “Llotja” di Barcellona, dagli anni Settanta al nuovo millennio. In Germania allo stesso modo Walter Lochmüller (Schwäbisch Gmünd) e le scuole di Pforzheim e Hanau. Possiamo dire che l’esistenza di centri d’insegnamento derivati dalla Bauhaus ha permesso a Germania, Spagna (Catalogna) e Gran Bretagna di dar vita ai migliori gruppi di smaltatori del XX secolo.

Nonostante atelier isolati fondati da grandi artisti continuassero a produrre grandi opere, in Francia (come in Italia) ci fu una certa decadenza generale per mancanza di centri d’insegnamento, finché dal 1971 al 1994, Georges Magadoux creò le biennali internazionali dell’arte dello smalto. Questi incontri furono di grande stimolo verso il più alto livello artistico. Seguono le biennali di Catalogna (Spagna) a Salou: “El Món de l’Esmalt”. In Francia a Morez i “Rencontres”, come pure a Tokio in Giappone.

Altre manifestazioni fino al 1995: a Coburg in Germania, in Ungheria a Kekskémet dal 1979 e anche a Budapest, si organizzano incontri con un laboratorio e un simposio. Si organizzano concorsi in Australia e negli U.S.A. (questi ultim organizzati dall’Enamelist Society e dalla Fondazione Carpenter).

In Francia quindi si possono citare comunque grandi artisti isolati, in particolare i tradizionalisti come:

René Restoueix M. O. F. è stato un importante artista e insegnante di arte dello smalto limosino, nel cui atelier si sono formati alla smaltatura anche i fratelli Carmona. È nato nel 1924 ed è morto nel 2006.

Pierre Bonnet M. O. F. è nato nel 1934 ed è morto nel 2008. Ha ricevuto il premio M.O.F. (Meilleur Ouvrier de France) ed è quindi considerato uno dei massimi esponenti dello smalto limosino ed un grande insegnante di quest’arte.

Michel Betourné è uno dei pochi maestri smaltatori francesi ancora in vita a praticare la tecnica di Limoges.

Una speciale menzione merita anche il grande smaltatore, pittore, scultore e sbalzatore francese Robert Barriot (1898-1970), noto come il "gigante dello smalto" per la sua realizzazione di pannelli in rame sbalzato e smaltato dalle dimensioni record tuttora ineguagliate, in particolare i 7 pannelli sbalzati e smalti che formano la Pala d'Altare della Chiesa di Sant'Odilia a Parigi.

I due fratelli Carmona sono fra i massimi esponenti dello smalto francese del Novecento. Jean e François nascono rispettivamente il 28 gennaio 1928 e il 4 settembre 1929 a Roussillon (dipartimento dell’Isère). Jean lavora presso la vetreria di Givors (dipartimento del Rodano) e frequenta la scuola d’Arti decorative di Limoges, dove vince il Gran Premio; dal 1954 fa la sua prima esperienza lavorativa presso il laboratorio artistico di Bonnet. Suo fratello François studia invece come decoratore su porcellana in stile Micheland, diventa Maestro d’Arte e lavora per qualche anno negli ateliers di Poral, Prayaux e Restoueix (M.O.F.). Dal 1960, i due fratelli lavorano insieme presso il laboratorio del grande artista Jean Betourné e si mettono in proprio nel 1962. Jean cessa la sua attività nel 1989 e muore nel 1995, mentre il fratello François lascia il mestiere nel 1990 e muore nel 1994.

Ricordiamo anche la famiglia Chéron. e, fra i membri del C.K.I., J. Zamora (già "meilleur ouvrier de France" nel 1976) ed E. Pellegrini, entrambi tuttora insegnanti e rappresentanti dello stile di Limoges. Fra gli innovatori citiamo, invece: Christian Christel, Roger Duban, B. Veisbrot, H. Martial, M. T. Masias, J.C. Bessette. Attualmente dominano quest’arte Dominique Gilbert e il gruppo della Galérie du Canal.

 In Germania, ricordiamo E. Weinert, Martius, I. Martin, H. Blaich, U. Zehetbauer, M. Duntze, S.A. Klopsch, E. Massow. Gertrud Fischer e suo marito August Rittmann col Creativ-Kreis-International dal 1966 insegneranno l’arte e la cultura dello smalto in Germania e nel mondo. In Inghilterra, ricordiamo lo studio Fusion di Londra e la B.S.O.E. (British Society of Enamelists).

In Olanda, Go de Kron,  Adriaan Van den Berk e Jan de Valk. In Giappone, specialmente nell’ambito del Cloisonné Shippo, le insegnanti Kioko Iio, Yoshiko Yokoyama, Hobuko Horigome, Yohko Yoshimura, Otha, Akiko Miura,Kyoko Iio e il maestro sbalzatore Suzuki. Per le opere murali: Toshiko e Mamoru Tanaka. In America: Stefan Knapp, M. Seeler, K. Whitcomb, K. F. Bates, J. Schwarcz, J. Tanzer. I Laboratori Kecskemét: che riuniscono artisti russi, georgiani e ungheresi in manifestazioni internazionali anche i ceramisti.

Conclusione

Le tecniche della smaltatura artistica si sono avvicendate e perfezionate per circa 35 secoli passando di mano tra popoli molto diversi tra loro per cultura e religione e forme sociali. Sono state assorbite e tramandate da  varie scuole e movimenti artistici. Ma il fascino particolare di questa arte applicata ha superato ogni tipo di ostacolo giungendo ancora integra ai giorni nostri. Resta un’arte difficile e per pochi artisti che si appassionano ai risultati stupefacenti, visibili però solo dopo decine di cotture in forno a 800°C. Per un disegno imperscrutabile del destino queste tecniche sono praticate ancora oggi in modo pressoché identico:

- Il Cloisonné, di cui cito gli esempi di Egino Weinert di Colonia e di Gertrud Rittmann-Fischer di Deidesheim, che a 92 anni, realizza ancora poesie e storie con le sue opere smaltate.

- Il Traslucido, tecnica mista con il Grisaille di Larisa Solomnikova, praticamente un gioiello.

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Egino Weinert - Gertrud Rittmann-Fischer - Larisa Solomnikova

- Il Ronde bosse, il Champlevé o il Plique à jour in uso presso gli orafi.

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- La tecnica Grisaille, raramente applicata ma i grandi "maestri" come Jean Zamora, ne conservano la conoscenza.

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- Non mancano gli esempi di esecuzioni astratte come in questo smalto futurista attribuito al Balla:

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Betourné di Limoges - Francesc Vilasís-Capalleja di Barcellona "Mona Margarita"

Micaela Doni di Monza

Provate a pensare, se Leonardo avesse eseguito in smalto il suo capolavoro Monna Lisa, oggi blindata al Louvre perché ormai consumata dai secoli, vedremmo “la Gioconda” ancora nuova, con suoi colori luminosi e la brillante superficie, come appena tolta dal forno dalle sapienti mani dall’artista.

Confronto di durata: a sinistra e sopra al centro, la Gioconda (1510, olio su tela) di Leonardo da Vinci, con le sue rughe da invecchiamento.

A destra e sotto al centro, Maria Stuarda, regina di Scozia e regina consorte di Francia (1559-1560, smalto su rame) attribuibile a Léonard Limosin, ancora come appena uscito dal forno.

Eppure Leonardo aveva capito le incredibili proprietà dello smalto, in particolare la sua resistenza nel tempo, come scrive nel suo Trattato della Pittura².

"LA PITTURA FATTA SOPRA RAME GROSSO COPERTO DI SMALTO BIANCO, E SOPRA QUELLO DIPINTO CON COLORI DI SMALTO, E RIMESSO IN FUOCO E FATTO CUOCERE, QUESTA PER ETERNITA' AVANZA LA SCULTURA"

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1. Collezione Campana nel Museo del Louvre.
2. Raccolta di manoscritti di Leonardo pubblicata postuma da Francesco Melzi tra gli anni 1519-1542.